L’approccio totalizzante dell’abbigliamento tecnico #2

Continuando il discorso iniziato in un articolo precedente, tra i vantaggi che l’abbigliamento tecnico mi sembra abbia rispetto a quello street o di alta gamma c’è secondo me la facilità nell’innovare, spaziare, reinventare.
The North Face avrà anche una linea “low cost” che non va molto oltre le cose che si trovano sugli scaffali di Decathlon, ma nelle linee top sfodera alcuni veri colpi di genio. Salewa e Mammoth, diverse linee tecniche di Nike, i marchi focalizzati sugli sport invernali. Tutte queste “maison” mi stanno sorprendendo per la loro capacità di ricerca nell’uso dei materiali e per la facilità con cui spingono tagli, forme e colori, superando di molto i confini a cui sarebbero relegati come marchi di “settore”.

C’è anche un ultimo punto importante. Il momento storico. Cerchi di emergere per anni facendo stravaganze ed esagerazioni. Fino a che di colpo Obama diventa presidente dopo Bush, e si inizia a parlare di Green. Ora, se sei una casa di moda che ha fatto questo, come fai ad un certo punto a pretendere di fare discorsi sulla “sostenibilità”?

Arriviamo quindi a Patagonia, senza alcun dubbio il marchio più affascinante del settore. Oltre a lavorare su indumenti per vivere l’ambiente fino alle condizioni più estreme, Patagonia si è sempre distinta per la filosofia “live simply” e l’attenzione alla sostenibilità delle proprie azioni.
L’approccio sta pagando e negli ultimi anni Patagonia ha raccolto i frutti di due decenni passati a prendere decisioni “corrette” e “sostenibili”. Tanto che oggi insegna il mestiere (passa competenze su come creare supply chain sostenibili) a società come Nike e Wall-Mart.
Gesto “anarco-punk” più noto, la pagina intera del NYT presa il giorno del fuori tutto in America per dire “non comprate i nostri vestiti se non vi servono”. Che dire…

N.B.